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Viviamo in un’epoca in cui possiamo vedere migliaia di immagini in pochissimi minuti. Fotografie, illustrazioni, video, grafiche, animazioni e contenuti visivi scorrono davanti ai nostri occhi quasi senza che ce ne rendiamo conto. Basta prendere in mano uno smartphone per attraversare, nel giro di pochi istanti, paesaggi lontanissimi, opere d’arte, volti, pubblicità, fotografie personali e immagini generate artificialmente. Apparentemente l’arte non è mai stata così presente nelle nostre vite, eppure proprio oggi, in un mondo saturo di immagini, diventa interessante chiedersi perché continuiamo ad averne bisogno. La risposta forse sta nel fatto che l’arte non è soltanto ciò che guardiamo. È anche, e soprattutto, ciò che facciamo. È il tempo che dedichiamo a osservare, scegliere, immaginare e trasformare qualcosa con le nostre mani. Negli ultimi anni il rapporto tra persone e creatività è cambiato profondamente. L’arte non è più percepita soltanto come qualcosa custodito nei musei, studiato nei libri o prodotto esclusivamente da artisti professionisti. Sempre più persone dipingono, disegnano, modellano, fotografano, decorano, sperimentano e riempiono quaderni senza avere alcuna intenzione di diventare artisti di professione. Lo fanno perché ne sentono il bisogno, perché trovano piacevole dedicarsi a qualcosa di concreto o semplicemente perché desiderano ritagliarsi uno spazio personale in giornate sempre più dominate dalla tecnologia.
L’arte è sempre cambiata insieme alla società
Ogni epoca ha trasformato il modo di fare arte e ogni grande innovazione tecnologica ha portato qualcuno a domandarsi se le forme artistiche precedenti fossero destinate a scomparire. Quando arrivò la fotografia, per esempio, sembrò per un momento che la pittura dovesse perdere una delle sue funzioni principali. Se una macchina era in grado di riprodurre un volto, un paesaggio o una scena con una precisione difficilmente raggiungibile da un pittore, quale sarebbe stato il futuro della rappresentazione pittorica? In realtà accadde quasi il contrario. Liberata dall’obbligo di rappresentare il mondo nel modo più fedele possibile, la pittura cominciò a esplorare altre possibilità. Il colore, la luce, la percezione, la deformazione, il movimento e l’astrazione acquisirono una nuova importanza. Con il cinema le immagini cominciarono a muoversi, con la televisione entrarono nelle case, con il computer divennero modificabili all’infinito e con internet iniziarono a circolare senza confini. L’arte non è scomparsa davanti a nessuna di queste innovazioni. Ha semplicemente cambiato forma, linguaggio, pubblico e strumenti. Lo stesso sta accadendo oggi con il digitale e con l’intelligenza artificiale. Stiamo vivendo una nuova trasformazione e, come tutte le trasformazioni, non cancella automaticamente ciò che esisteva prima. Piuttosto ci costringe a interrogarci su cosa significhi davvero creare.
Il web ha cambiato il modo in cui incontriamo l’arte
Internet ha avuto un ruolo enorme nel rendere l’arte più accessibile. Fino a pochi decenni fa mostrare un proprio lavoro a un pubblico ampio richiedeva occasioni precise: una mostra, una galleria, una pubblicazione, un concorso o comunque un intermediario. Oggi un disegno realizzato sul tavolo di casa può essere fotografato e mostrato in pochi secondi a persone che vivono dall’altra parte del mondo. Questo ha creato un ecosistema completamente nuovo. Accanto alle accademie, alle gallerie e ai musei è cresciuta una comunità vastissima di illustratori, pittori, artigiani, studenti e semplici appassionati che condividono il proprio lavoro quotidianamente. Instagram, Pinterest, YouTube, TikTok e molte altre piattaforme hanno contribuito a rendere visibili tecniche, processi e materiali che in passato restavano spesso confinati negli studi degli artisti o nelle scuole specializzate. Oggi possiamo osservare come si prepara una tela, come si imposta un ritratto, come si costruisce una velatura, come si mescolano i pigmenti, come viene utilizzato un certo pennello o come cambia il comportamento di un colore su superfici differenti. Questa enorme disponibilità di informazioni ha reso più semplice avvicinarsi all’arte e ha contribuito alla nascita di una generazione di persone che non necessariamente si definisce artista, ma che ha comunque introdotto la creatività nella propria quotidianità.
Fare arte senza voler diventare artisti
Per molto tempo abbiamo avuto un rapporto curioso con le attività artistiche. Se qualcuno diceva di dipingere o disegnare, una delle prime domande era spesso se vendesse le proprie opere o se fosse un artista professionista. Quasi come se dedicarsi all’arte dovesse necessariamente avere uno scopo preciso o trasformarsi in una professione. Eppure non ci comportiamo allo stesso modo con molte altre attività. Una persona può correre senza voler diventare un atleta, cucinare senza voler aprire un ristorante, suonare uno strumento senza desiderare di salire su un palco. Oggi questa idea sta lentamente entrando anche nel mondo dell’arte. Molte persone acquistano colori, pennelli, matite e quaderni semplicemente perché amano utilizzarli. Dipingono dopo il lavoro, disegnano durante un viaggio, frequentano un corso nel fine settimana o sperimentano con materiali nuovi senza avere alcuna ambizione professionale. Il risultato non deve necessariamente essere venduto, esposto o condiviso. Può restare in casa, dentro uno sketchbook o perfino essere dimenticato in un cassetto. Il valore dell’attività non sta soltanto nell’oggetto finale. Sta anche nel tempo trascorso a realizzarlo.

La riscoperta dello sketchbook e del gesto quotidiano
Uno degli esempi più interessanti di questo nuovo rapporto con la creatività è la diffusione dello sketchbook. Un semplice quaderno di carta è diventato per moltissime persone uno spazio personale dove raccogliere schizzi, colori, appunti, fotografie, prove e ricordi. C’è chi lo porta con sé in viaggio, chi lo utilizza ogni sera, chi annota impressioni attraverso immagini invece che attraverso parole e chi semplicemente lo considera un luogo dove sperimentare senza preoccuparsi troppo del risultato. Lo sketchbook rappresenta bene una certa idea contemporanea dell’arte perché non richiede necessariamente un progetto definitivo. Una pagina può riuscire bene e quella successiva molto meno. Si può cambiare tecnica, coprire un errore, lasciare qualcosa incompleto o riprendere un’idea mesi dopo. In una società abituata a misurare continuamente il risultato attraverso numeri, performance, visualizzazioni e confronti, avere uno spazio in cui non è necessario dimostrare nulla assume un valore particolare. Il quaderno non chiede di essere perfetto. Aspetta semplicemente di essere usato.
Viviamo sempre più dentro gli schermi
La trasformazione digitale ha migliorato moltissimi aspetti della nostra vita. Lavoriamo più velocemente, comunichiamo istantaneamente, possiamo accedere a informazioni, libri, film, fotografie e conoscenze che un tempo sarebbero state difficili da raggiungere. Allo stesso tempo, però, una parte crescente della nostra giornata si svolge davanti a uno schermo. Utilizziamo il computer per lavorare, il telefono per comunicare, lo stesso telefono per leggere le notizie, fare acquisti, guardare video, gestire i pagamenti, controllare una mappa o organizzare un viaggio. Sullo stesso dispositivo convivono lavoro, famiglia, informazione, intrattenimento e pubblicità. Le notifiche interrompono continuamente ciò che stiamo facendo e la nostra attenzione viene spostata da un contenuto all’altro. È una condizione talmente normale che quasi non ce ne accorgiamo più. Proprio per questo le attività analogiche stanno acquistando un significato diverso. Leggere un libro di carta, lavorare il legno, coltivare delle piante, scrivere con una penna, cucinare con calma, modellare dell’argilla o dipingere possono diventare occasioni per utilizzare una forma di attenzione differente. Non sono necessariamente attività migliori del digitale e non serve trasformare la tecnologia in un nemico. Offrono semplicemente un altro ritmo.
Il valore concreto dei materiali
Quando utilizziamo materiali artistici reali entra in gioco una componente che uno schermo non può riprodurre completamente: la materia. Un foglio ha una certa consistenza, una tela reagisce in modo diverso a seconda della preparazione, un pennello cambia carattere in base alla forma delle setole, un colore può essere denso, liquido, trasparente o coprente. La pittura a olio richiede determinati tempi, l’acrilico ne impone altri, l’acquerello dipende dalla quantità d’acqua e dall’assorbimento della carta. Anche una semplice matita offre infinite possibilità modificando inclinazione, pressione e movimento della mano. Quando lavoriamo con questi strumenti non stiamo semplicemente scegliendo un comando. Stiamo interagendo con qualcosa di fisico che reagisce. Un colore può colare, due pigmenti possono produrre una tonalità inattesa, una pennellata può risultare diversa da come l’avevamo immaginata. Il materiale possiede una propria personalità e ci costringe in qualche modo a dialogare con lui. È proprio questa imprevedibilità a rendere il processo interessante. L’errore non deve necessariamente essere eliminato. A volte può trasformarsi nella parte più riuscita del lavoro.
L’analogico nell’epoca dell’intelligenza artificiale
L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha aperto una fase completamente nuova nella storia delle immagini. Oggi è possibile descrivere una scena attraverso alcune parole e ottenere rapidamente immagini complesse e dettagliate. È una tecnologia straordinariamente potente che avrà un ruolo sempre maggiore nel lavoro di designer, illustratori, fotografi, professionisti della comunicazione e probabilmente degli stessi artisti. Proprio per questo potrebbe accadere un fenomeno apparentemente contraddittorio. Più diventa semplice generare un’immagine, più può diventare interessante dedicare ore alla costruzione manuale di una singola immagine. Un quadro dipinto a mano non contiene soltanto ciò che vediamo sulla superficie. Contiene il tempo impiegato a realizzarlo, le esitazioni, i cambiamenti, le correzioni, le scelte, gli errori e i ripensamenti. Una linea è stata effettivamente tracciata da una mano. Un colore è stato scelto, preparato e steso. Il risultato finale può naturalmente essere fotografato e condiviso online, ma il processo resta fisico. In un mondo nel quale produrre contenuti visivi diventerà sempre più rapido, il valore del fare lentamente potrebbe diventare ancora più evidente e prezioso.
Il tempo necessario per creare
Forse uno degli elementi più preziosi dell’arte contemporanea non è nemmeno l’opera finale, ma il tempo che ci obbliga a dedicarle. Preparare un tavolo, scegliere i colori, sistemare i pennelli, preparare una superficie e cominciare a lavorare sono azioni che richiedono una piccola disponibilità mentale. Non tutto può essere accelerato. A volte bisogna osservare, fermarsi, correggere o aspettare che uno strato di colore asciughi prima di proseguire. È quasi l’opposto della logica a cui siamo abituati online, dove ogni secondo sembra dover essere ottimizzato e tutto tende a diventare immediato. La lentezza dell’arte non è quindi necessariamente un limite. Può diventare la sua forza. Dedicare un’ora a una tela significa trascorrere un’ora in cui non stiamo semplicemente ricevendo informazioni o consumando contenuti prodotti da altri. Siamo noi a costruire qualcosa. Anche quando il risultato non è eccezionale, quel tempo è stato vissuto in modo diverso.
Creare invece di consumare
Una delle caratteristiche della nostra epoca è l’enorme quantità di contenuti che consumiamo quotidianamente. Guardiamo video, ascoltiamo musica, scorriamo fotografie, leggiamo articoli, seguiamo serie televisive, consultiamo social network e riceviamo continuamente nuovi stimoli. Fare arte inverte per qualche momento questo rapporto. Passiamo dalla posizione di spettatori a quella di creatori. Anche un piccolo disegno cambia il modo in cui utilizziamo il tempo. Se decidiamo di disegnare una tazza appoggiata sul tavolo, per esempio, improvvisamente cominciamo a osservare cose che fino a quel momento avevamo ignorato. La forma del manico, l’inclinazione del bordo, la luce che cade sulla ceramica, l’ombra sul tavolo, i riflessi e le proporzioni diventano elementi importanti. Non stiamo più semplicemente guardando un oggetto. Stiamo cercando di comprenderlo. Ed è proprio questo uno dei grandi valori del disegno: ci insegna a osservare.

Disegnare significa imparare a vedere
Molte delle cose che pensiamo di conoscere perfettamente diventano improvvisamente complesse quando proviamo a rappresentarle. Un albero, per esempio, nella nostra memoria è spesso una forma abbastanza semplice: un tronco, alcuni rami e delle foglie. Quando proviamo realmente a disegnarlo ci accorgiamo che non è così. Il tronco non è semplicemente marrone, ma contiene grigi, verdi, rossi e ocra. I rami non seguono uno schema regolare. Le foglie non formano una massa uniforme e la luce modifica continuamente colori e volumi. Lo stesso accade con un volto, un edificio, una strada o qualsiasi altro soggetto. Disegnare costringe a rallentare lo sguardo e a sostituire ciò che crediamo di sapere con ciò che realmente vediamo. In questo senso fare arte non significa soltanto produrre immagini. Significa allenare l’attenzione verso il mondo che ci circonda.
Il diritto di essere principianti
Uno degli ostacoli principali che impedisce agli adulti di avvicinarsi all’arte è probabilmente la paura di non essere abbastanza bravi. Da bambini disegniamo, coloriamo, costruiamo e inventiamo con grande libertà. Raramente ci chiediamo se quello che stiamo facendo sia all’altezza di uno standard particolare. Poi crescendo impariamo a confrontarci. Vediamo persone molto più esperte di noi, iniziamo a giudicare il risultato e spesso smettiamo. Internet può accentuare ulteriormente questo meccanismo perché ci mostra continuamente lavori straordinari. Possiamo osservare illustratori e pittori realizzare con apparente semplicità opere che sembrano irraggiungibili, dimenticando che dietro quei risultati possono esserci anni o decenni di pratica. Non vediamo quasi mai tutte le pagine sbagliate, i primi tentativi, gli esercizi poco riusciti e gli errori necessari per arrivare a quel livello. Essere principianti, invece, è una parte fondamentale della creatività. Può anche essere la fase più divertente, perché ogni tecnica rappresenta una scoperta e ogni piccolo miglioramento diventa immediatamente visibile.
Arte, concentrazione e benessere
Negli ultimi anni si è parlato molto del rapporto tra attività creative e benessere. È importante non trasformare l’arte in una soluzione universale o attribuirle proprietà miracolose, ma esiste un aspetto molto concreto che può spiegare perché tante persone trovino rilassante disegnare o dipingere. Quando siamo concentrati su un’attività creativa la nostra attenzione tende a restringersi. Pensiamo alla forma, al colore, al movimento della mano, alla proporzione e alla composizione. Per qualche tempo il resto passa in secondo piano. Non significa che dipingere sia sempre rilassante. Può essere anche difficile, frustrante e impegnativo. Ma offre un problema circoscritto, concreto, davanti al quale possiamo fermarci e lavorare senza dover necessariamente pensare a molte altre cose contemporaneamente. In giornate caratterizzate da continui stimoli, questa forma di concentrazione può essere percepita come una pausa.
L’arte non deve necessariamente essere utile
Viviamo in un periodo storico nel quale tendiamo a misurare moltissime attività in base alla loro utilità. Quanto rende, quanto produce, quale vantaggio offre, quanto tempo permette di risparmiare. L’arte spesso sfugge a questa logica ed è forse uno dei motivi per cui continua ad affascinarci. Possiamo impiegare ore per realizzare un disegno che non venderemo mai. Possiamo dipingere un quadro e poi decidere che non ci piace. Possiamo riempire un intero quaderno senza mostrarlo a nessuno. Da un punto di vista strettamente produttivo potrebbe sembrare tempo sprecato. In realtà abbiamo osservato, imparato, sperimentato, pensato e probabilmente ci siamo divertiti. Non tutte le attività devono necessariamente trasformarsi in un risultato misurabile. Esiste ancora un valore nelle cose che facciamo semplicemente perché ci piace farle.
Un oggetto reale in un mondo sempre più virtuale
C’è poi un altro elemento che rende particolare l’arte analogica: alla fine del processo rimane qualcosa di fisico. Un quadro può essere appeso a una parete. Un disegno può essere incorniciato. Uno sketchbook può essere sfogliato dopo dieci o vent’anni. Una scultura può essere toccata e un foglio può essere regalato. Questi oggetti possono invecchiare, scolorire, macchiarsi e portare i segni del tempo. Questa dimensione materiale assume un significato particolare in un’epoca nella quale una parte enorme dei nostri ricordi esiste soltanto sotto forma di file. Conserviamo migliaia di fotografie negli smartphone e nei servizi cloud, scriviamo messaggi che non saranno mai stampati e produciamo documenti che non avranno mai una forma fisica. Un disegno invece resta lì. Occupa spazio, può essere preso in mano e conserva ancora, a distanza di anni, la traccia concreta del gesto che lo ha prodotto.

Lasciare un segno è una necessità antichissima
Forse il bisogno di fare arte è molto più antico di tutte le spiegazioni che possiamo dargli. Gli esseri umani hanno lasciato immagini sulle pareti delle grotte molto prima di inventare la scrittura. Hanno rappresentato animali, figure umane, mani, segni e scene utilizzando pigmenti preparati con materiali naturali. Non conosciamo con certezza il significato di tutte quelle immagini, ma sappiamo che qualcuno ha sentito il bisogno di realizzarle. Qualcuno ha raccolto i materiali, preparato il colore, scelto un punto sulla roccia e impiegato tempo per trasformare un pensiero in una traccia visibile. Migliaia di anni dopo continuiamo a fare qualcosa di sorprendentemente simile. Gli strumenti sono cambiati enormemente, ma il gesto fondamentale è rimasto. Prendiamo un materiale e lasciamo un segno. Quel segno dice semplicemente che siamo stati lì e che abbiamo visto qualcosa a modo nostro.
Quale spazio avrà l’arte nel futuro
Nei prossimi anni assisteremo quasi certamente a cambiamenti ancora più profondi. L’intelligenza artificiale renderà più facile generare immagini, video, musica e contenuti. Gli strumenti digitali diventeranno sempre più sofisticati e realtà aumentata e realtà virtuale creeranno nuovi linguaggi creativi. Gli artisti utilizzeranno queste tecnologie e nasceranno forme d’arte che oggi probabilmente non riusciamo neppure a immaginare. Tutto questo, però, non significa necessariamente che matite, pennelli, colori, tele e carta siano destinati a scomparire. Potrebbe avvenire esattamente il contrario. Più una parte della nostra vita diventerà virtuale, più le esperienze fisiche potrebbero acquistare significato. Più semplice sarà generare un’immagine in pochi secondi, più potrebbe diventare interessante trascorrere una giornata intera per dipingerne una. È già accaduto con molte altre tecnologie. I libri non sono scomparsi con gli ebook, i dischi in vinile continuano a esistere nell’epoca dello streaming e la fotografia analogica ha trovato nuovi appassionati nell’era degli smartphone. Le tecnologie precedenti non sempre vengono cancellate. Spesso cambiano semplicemente funzione e significato.
Una tela bianca è ancora uno spazio di libertà
Forse una delle ragioni per cui abbiamo ancora bisogno dell’arte è estremamente semplice. Abbiamo bisogno di spazi nei quali non tutto sia già deciso. Una tela bianca non contiene notifiche, non suggerisce automaticamente cosa guardare dopo, non ci mostra pubblicità e non confronta quello che stiamo facendo con il lavoro di qualcun altro. Rimane semplicemente davanti a noi. Possiamo decidere di lasciarla vuota, cominciare e poi cambiare idea, coprire ciò che abbiamo fatto, cancellare, modificare o ricominciare da capo. Non dobbiamo necessariamente sapere fin dall’inizio dove arriveremo. Questa libertà apparentemente banale diventa preziosa in una quotidianità sempre più organizzata da strumenti che suggeriscono, prevedono e anticipano le nostre scelte.
Perché abbiamo ancora bisogno dell’arte
Non abbiamo bisogno dell’arte soltanto perché produce cose belle. Ne abbiamo bisogno perché ci ricorda che possiamo ancora fare qualcosa con le nostre mani, utilizzare il nostro tempo senza necessariamente ottimizzarlo e osservare il mondo senza doverlo attraversare velocemente. Un tubetto di colore può diventare un paesaggio, un pezzo di carbone può trasformarsi in un volto e un foglio bianco può raccogliere qualcosa che fino a pochi minuti prima esisteva soltanto nella nostra immaginazione. Possiamo farlo bene oppure male, possiamo migliorare o semplicemente divertirci. Possiamo mostrare ciò che abbiamo fatto oppure tenerlo per noi. In questo senso l’arte continua ad avere un ruolo profondamente contemporaneo. In un mondo dominato dagli schermi e da immagini prodotte e consumate a una velocità impressionante, forse il vero lusso non è avere accesso a infinite immagini. È avere il tempo per crearne una lentamente, con materiali reali, con le proprie mani e senza dover dimostrare niente a nessuno. È probabilmente proprio per questo che, nonostante tutte le trasformazioni tecnologiche che ci attendono, continueremo ad avere bisogno dell’arte.





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